Narrazioni e storytelling: come non raccontare storie

Non raccontiamoci storie. Narrare non è mai stato così semplice, ma anche così sbagliato. Le narrazioni diventano storytelling. Tutto è e deve essere raccontato con stories alla mano. 

Il senso originario della narrazione si smarrisce, mentre lo storytelling ingrassa. Byung-Chul Han ne La crisi della narrazione scrive che le storie danno senso di connessione alle comunità e significato al mondo. Oggi raccontare è del tutto inefficace perché si vive l’“onnipresenza” delle storie: la narrazione è “ridotta ad ancella del capitalismo”.

Le odierne narrazioni servono alle società ipermoderne, dove il consumismo riduce tutto a merce. Il consumatore contrapposto al cittadino sopravvive nella necessità di dover consumare, sebbene non abbia nessuna utilità a farlo. 

È lo storytelling, “ormai ubiquo”, che rende tutto ciò possibile. Esso si presenta come un modello rassicurante delle narrazioni. Incoraggia a consumare, si cela dietro i prodotti ed entra nel calderone delle informazioni. Non solo nel mondo dei consumi, ma anche in quello dell’istruzione, dove vengono incoraggiate nuove metodologie narrative e didattiche in grado di “stimolare” i discenti e favorirne l’immedesimazione dei personaggi e il rispetto delle proprie emozioni.

Tuttavia, questo abuso della narrazione si traduce in un vero e proprio “accumulo di notizie”. Una bulimia del narrare che getta fuori soltanto dati e informazioni e sostituisce storie genuine: quelle sì, raccontate per dare forma al mondo. Ogni storia accumulata e consumata isola l’individuo, lasciandolo senza punti di riferimento. Così quel sogno impossibile di felicità, tanto sbandierato dalle pubblicità, rimane ancora più distante. Impossibile da raggiungere in un mondo dove non c’è narrazione collettiva.

L’uomo vive e nel vivere narra. Da sempre l’essere umano lo fa tramandando vicende familiari, storie suggestive, poi divenute racconti mitologici o antiche leggende. Questo senso narrativo crea coesione e appartenenza, regalando un senso di bellezza di un “tempo sospeso”, vissuto come puro incanto e meraviglia.

L’essere umano, in quanto animal narrans, – ci ricorda Han – si distingue dagli altri animali, perché nella capacità di narrare realizza nuove forme di vita. E questa capacità di creare nuove forme di vita non appartiene allo storytelling, che invece ha solo una potenza: quella consumistica. E con essa porta con sé un vuoto: quello narrativo.

Fonti: Byung-Chul Han, La crisi della narrazione, Einaudi, 2024.

Benedetto Rizzo
Benedetto Rizzo
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