Cosa c’è di vero nella piramide di Maslow?

Nel campo della formazione manageriale e imprenditoriale capita spesso che idee complesse e interessanti di economisti, sociologi o psicologi del passato vengano banalizzate. I contributi di molti studiosi – come Adam Smith, Karl Marx, Max Weber o Kurt Lewin – vengono fraintesi o, peggio, strumentalizzati. Tra i casi più emblematici emerge quello di Abraham Maslow, psicologo statunitense, tra i più citati del Ventesimo secolo del suo ambito.

Se qualcuno avrà seguito un corso di marketing oppure letto un libro motivazionale avrà sentito parlare – probabilmente – della celeberrima piramide dei bisogni umani a lui attribuita.

Il punto è che Maslow non ha mai realizzato una piramide. Quello schema, così intuitivo e così facile da divulgare nei manuali, è stato creato semmai da altri.

Ma andiamo con ordine, per capire come un’idea sul piano degli studi psicologici possa venire manipolata e spacciata come un modello valido per tutti.

La teoria di Maslow

Abraham Maslow sosteneva nel suo articolo A Theory of Human Motivation, pubblicato nel 1943 nella rivista Psychological Review, che l’essere umano fosse guidato da cinque bisogni fondamentali. Questi sono i bisogni fisiologici, di sicurezza, di amore/appartenenza, di stima e di autorealizzazione. Questa tesi verrà ripresa dallo stesso autore nel suo saggio del 1954 Motivation and Personality, approfondendo il concetto in modo più organico.

Prima di lui, altri studiosi avevano già provato a fornire una spiegazione simile. Lo psicoanalista Walter Langer, ad esempio, aveva realizzato una teoria dividendo i bisogni in fisici, sociali ed egoistici. Maslow, tuttavia, forniva un modello più completo, senza rappresentare la sua teoria con una piramide.

Anzi, lo psicologo statunitense aveva ribadito che gli esseri umani si muovono continuanemente avanti e indietro in questa ipotetica scala di bisogni. È possibile soddisfare più bisogni contemporaneamente, senza che sia necessario raggiungere un livello prima di poter accedere a quello successivo, come invece potrebbe accadere in uno schema fortemente gerarchico.

Lo psicologo statunitense sosteneva che le persone potessero avere sia bisogni parzialmente soddisfatti e sia parzialmente insoddisfatti. Inoltre, negli ultimi anni della sua vita, egli aveva aggiunto un altro bisogno, collocando al vertice l’“autotrascendenza”, ma chiarendo che i bisogni non fossero disposti in modo gerarchico.

Nella sua impostazione, un bisogno come quello sulla sicurezza o sull’appartenenza poteva essere soddisfatto parzialmente, nel contempo poteva anche emergerne un altro differente. Insomma, non era previsto un ordine fisso. E a discapito di una certa diffidenza legata alla sua teoria, questo spiega che l’autore non avrebbe avuto bisogno di ispirarsi all’organizzazione gerarchica dei Piedi Neri (Blackfoot), la popolazione nativa dei Siksika con cui Maslow trascorse sei settimane in Canada, ad Alberta, nel 1938.

Al di là delle manipolazioni perpetrate alla tesi originaria dell’autore e senza entrare nel merito alle critiche scaturite dagli anni Settanta in poi – a partire dallo studio di Wahba e Bridwell del 1976 – , è interessante notare come la tesi di Maslow sia diventata dominante nell’ambito della formazione, fornendo però una lettura superficiale del suo contributo originario.

Ma allora, chi ha inventato l’immagine della piramide?

La piramide dei bisogni umani

Quando si fa riferimento alla “piramide di Maslow” si indica la teoria enunciata dallo psicologo americano, ma l’impostazione piramidale non è opera sua. La piramide, infatti, non rappresenta adeguatamente la tesi dinamica dei bisogni spiegata dall’autore.

Chi ha reso popolare la teoria di Maslow nell’ambito imprenditoriale è Douglas McGregor che aveva intuito il potenziale della gerarchia dei bisogni, applicandola al mondo del lavoro. Con le conseguenze del caso, poiché McGregor semplificava il testo originale, ignorando le precisazioni che l’autore aveva indicato.

Tuttavia, a disegnare la piramide non fu McGregor, ma Keith Davis. Quest’ultimo, nel 1957, spiegava, per un manuale di management, la teoria con una serie di gradini disposti in un triangolo rettangolo culminante in un vertice. Fu però Charles McDermid, altro psicologo statunitense, a sostituire la rappresentazione fornita da Davis, secondo alcuni studiosi che si sono occupati dei contributi di Maslow.

L’immagine realizzata da McDermid compariva in un articolo del 1960 su Business Horizons, per spiegare come la piramide servisse per generare “la massima motivazione al minor costo”. In breve, la versione semplificata di McGregor è la teoria che compare oggi nei manuali di management, e la maggior parte delle critiche alla teoria di Maslow riguardano l’interpretazione data da McGregor.

Riscoprire la complessità

La vicenda della piramide attribuita a Maslow non è di certo un caso isolato rispetto al tema della distorsione delle idee. Rappresenta piuttosto l’emblema della narrazione che viene fatta in certi ambienti dove si sbandierano concetti come motivazione, leadership e successo personale.

Si è ormai compreso come nella formazione manageriale e nei libri di crescita personale sia comodo parlare con formule magiche e frasi fatte, schemi pronti e grafici adattabili, usando un linguaggio accattivante e ridondante.

Uscendo da questi schemi è però possibile scorgere la realtà. Si scoprono le falle di un sistema che concepisce e nutre gli individui come incapaci di interpretare le complessità. E il punto di partenza ideale per iniziare a riflettere potrebbe essere proprio il pensiero originario di Abraham Maslow.

Maslow proponeva un’idea significativa: se una società è in grado di creare le condizioni per soddisfare i bisogni fondamentali di un individuo, in modo spontaneo emergono le caratteristiche migliori dell’umanità. Non è necessario incasellare i bisogni umani all’interno di livelli piramidali.

Esistono spinte biologiche, contesti sociali e processi storici che spiegano la complessità degli individui e delle comunità. Tra l’altro, lo stesso Maslow poneva l’accento sull’importanza della prosperità collettiva, dichiarandosi avverso alle grandi organizzazioni e alla pratica del conformismo sociale, dicendo che colpissero l’espressione individuale. 

Il suo contributo, molto più complesso e ricco rispetto a come ci viene raccontato, stride con la rigidità degli schemi proposti nei manuali e nei corsi di formazione. Le sue intuizioni, infatti, sono molto di più di una piramide colorata che esalta l’autorealizzazione e i bisogni puramente individuali.

Benedetto Rizzo
Benedetto Rizzo
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