In una società dove prevalgono il “terrore semantico” delle parole e una comunicazione inclusiva che fa sfoggio di se, è facile disprezzare il modo di parlare della gente comune. Quel senso popolare e pratico del linguaggio che adopera ancora parole semplici e immediate come padre e madre, maestro e maestra, è in difficoltà di fronte all’ostilità verbale del linguaggio inclusivo, tanto neutro quanto ipocrita.
In questo ultimo decennio pretendere di fare gli inclusivi ha preso una piega preoccupante. La tendenza proviene da oltreoceano e si è radicalizzata anche qui. Nella stampa americana il termine inclusive si usa sempre più frequentemente negli ultimi dieci anni e in Europa non mancano le avvertenze linguistiche per una buona netiquette da adottare in pubblico. Un “clima di eccitazione crescente” presente anche in Italia, generato dal mondo del “politicamente corretto” e foraggiato da una certa ideologia woke.
Così spesso siamo abituati ad assistere a situazioni tragicomiche:
- l’esclusione ai dibattiti pubblici di studiosi o l’annullamento di lezioni universitarie tenute da docenti non allineati;
- la limitazione della lettura dei classici antichi, considerati pericolosi nelle università americane, con le possibili ripercussioni in Italia;
- la rivisitazione e la manipolazione di film, cartoni animati, libri, manufatti artistici, per eliminare ogni effetto “discriminante” dell’opera, secondo i dettami della cancel culture;
- la comparsa bizzarra di asterischi, schwa e pronomi plurali come “loro”, innalzati al rango di segni o termini neutri.
Un disastro culturale e linguistico che può portare facili processi mediatici ed esclusioni eccellenti. La pretesa di essere inclusivi nei confronti di gruppi di minoranze etniche e di genere, tuttavia, comporta un equivoco.
Sebbene i promotori della comunicazione inclusiva utilizzino un linguaggio che intende evitare malintesi e fraintendimenti, gli stessi usano questi argomenti per delegittimare l’avversario e portarlo in un terreno ostico. Mossi dall’assoluta convinzione di realizzare un ambiente dove tutte le persone siano rispettate, tacciano l’interlocutore spesso di indifferenza. O peggio ancora di razzismo, omofobia e sessismo. I promotori strumentalizzano il linguaggio e ricorrono a una deportazione forzata delle parole.
Ne consegue che l’uso di alcuni termini viene ostacolato. Alcune parole come spazzino o bidello oggi appaiono offensive. La parola vecchiaia può essere considerata oltraggiosa, eppure indica soltanto un’età dell’uomo a cui nessuno può sfuggire. La conseguenza è che i corrispettivi usati siano meno chiari, impregnati di vacuità, come nel caso di operatore ecologico o di collaboratore scolastico.
Questo porta a circondarsi di parole che neanche riusciamo a pensare. Sono parole costruite con motivazioni ipocrite, lontane dal sentire comune e dettate da una piccola élite che crede di poter stare in pace con se stessa. Parafrasando Natalia Ginzburg, si tratta di parole-cadaveri.
La cultura “inclusiva” del linguaggio invita a usare le parole con accortezza, per non generare equivoci. Svolgono questa missione le parole ambigenere.
Quali sono le parole ambigenere? Sono parole che non cambiano la desinenza, che non si riferiscono al genere maschile o femminile. Hanno l’obiettivo di rendere inclusiva la conversazione e coinvolgere tutti e non fare errori di stile. È il caso di genitore, insegnante, docente, partner che sostituiscono padre, madre, papà, mamma, maestro, maestra, marito, moglie.
Sono usate con valore neutro, utilizzate in un contesto linguistico tradiscono la bontà stessa del termine, a vantaggio di un clima sereno per togliere l’imbarazzo nella conversazione.
Oppure l’uso del pronome relativo “chi”, che evita di adoperare il genere dei termini legati ai mestieri. Ad esempio, l’espressione “chi vende”/”chi cucina” sostituisce commesso–commessa, cuoco–cuoca. Quest’ultimo caso si registra, in particolare, nelle tecniche di copywriting con la scusa di accontentare tutti e non scontentare nessuno. Una convinzione abusata nel marketing, dove la comunicazione è essenziale per saper vendere. Costruire un clima di fiducia e lealtà tra aziende e consumatori è la priorità, per ovvie ragioni di profitto. Non certo per ragioni di sensibilità.
Oppure l’uso degli anglicismi con lo scopo di omettere il genere della professione, ad esempio la parola “manager” usata per eliminare il corrispettivo direttore/direttrice. E l’elenco potrebbe continuare con altri esempi.
Questo senso diffuso di non offendere, di veicolare una comunicazione neutra, crea l’antilingua. Si impoverisce il linguaggio e si rischia di stravolgere la struttura grammaticale di una lingua. Pur di schivare l’uso di alcune parole molti rischiano di cadere nel «terrore semantico» – direbbe Calvino -, ovvero nella «fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato», come se madre, padre, maestra, marito siano «parole oscene».
Riferimenti bibliografici:
- Luca Ricolfi, La mutazione. Come le idee di sinistra sono mutate a destra. Rizzoli




