Il senso e la misura nell’umano nell’età della tecnica

L’impatto della tecnica sull’umanità è più che mai evidente. Non mi riferisco soltanto all’avvento massiccio dell’AI, ma alle diverse facce di questa rivoluzione tecnologica. La modernità e le innovazioni stanno erodendo l’intera biosfera ormai da diverso tempo.

La molteplicità tecnologica sta ridisegnando la nostra stessa struttura genetica e le nostre facoltà umane. Guidano questo processo le biotecnologie, la robotica, l’informatica che ci guardano ormai dall’alto in basso ridefinendo i concetti della nostra corporeità.

Individuare un confine tra artificiale e ciò che rimane umano, ancora umano, tra ciò che propone il corso delle innovazioni indotte rispetto a ciò che ancora è autentico è sempre più difficile. Una complessità, peraltro, enfatizzata dall’infocrazia che limita la nostra libertà e ci riduce come dati da sfruttare.

Di fronte a questi processi l’esperienza umana dove si colloca? Rimane spazio ancora per riflettere un po’ o forse almeno per vergognarsi?

Appare certo che il rapporto tra uomo e tecnica non è simmetrico. Tutto a vantaggio di quest’ultima che, invece, potrebbe valere come misura delle qualità dell’umano. Già a metà del secolo scorso, Hannah Arendt ribadiva che la tecnica non stava più solo mettendo in discussione la nostra collocazione nell’ordine delle cose. La filosofa denunciava che la tecnica funzionava per l’uomo come il tentativo di evasione dal mondo, mettendo in discussione l’essenza stessa dell’uomo. Più di una profezia se guardiamo agli attuali progetti visionari miliardari d’oltreoceano.

Tuttavia, in questo quadro fatto di rapporti di forza, la questione sembra sdoppiarsi. Da un lato, la tecnica con la sua potenza ci offre la possibilità di affrancarci dai nostri limiti biologici. Esempi sono i progetti per rendere gli uomini amortali o quelli che prevedono la programmazione neurale attraverso dei chip. Insomma, credere a qualcosa che supera i confini umani: a un oltreuomo che non ha più bisogno dell’uomo; dall’altro, emerge il paradosso offerto da Günther Anders: l’aspirazione illusoria di diventare perfetti, di un modello self-made man bravo a far tutto. La pretesa di diventare artefici di sé stessi equivale al paradigma proposto dalla modernità: individui standardizzati, esseri computazionali, facili utenti e inconsapevoli cittadini che vivono più nell’infosfera che nella biosfera.

E, volendo, la questione si ricongiunge. Superare i nostri limiti attraverso la téchne, illudendoci di ambire a diventare qualcos’altro, è affascinante quanto inquietante. Gli antichi greci affermavano che la libertà senza misura non può essere. Per Simone Weil l’essere umano senza misura cade nella hybris, cioè l’arroganza di oltrepassare i limiti imposti dalla natura e dagli dèi. Il mondo moderno sembra essere capace di abbattere tutti i limiti, ma ignora il monito degli antichi che sapevano come la potenza senza misura è distruttiva. Bisognerà riscoprire il valore del limite per ritrovare la sapienza della misura e riscoprire il rapporto con la natura.

In assenza di limiti prevale però la sete di ambizione. Ma questa ambizione a costruire modelli e potenziare macchine nasce non tanto dalla volontà di riprodurre in ugual modo le nostre attitudini umane. Direbbe Éric Sadin, piuttosto dal desiderio di compensare i nostri limiti corporei per creare nuovi dispositivi più potenti di noi.

E se non riflettiamo su questo aspetto, tanto vale la pena di ricordarci quello che diceva Günther Anders a proposito del concetto di “vergogna prometeica”, elaborato nel suo volume intitolato L’uomo è antiquato. Sul fatto che gli oggetti che costruiamo ci superano in potenza e rapidità. Ciò dovrebbe indurci a vergognarci, considerata “l’umiliante altezza di qualità degli oggetti fatti da noi stessi”.

Questa vergogna ci aiuterebbe quantomeno a scuoterci, permettendoci di riconoscere la potenza della tecnica e l’inesorabile perdita del senso dell’umano. La rivoluzione tecnologica tanto rapida quanto prepotente ci impone così a ripensarci come esseri umani. Dinanzi alla nostra fragilità è il momento di capire la nostra esperienza nel mondo, prima che il potere della tecnica ci costringa a non pensare più a noi, rendendoci superflui, simili a degli ostacoli da rimuovere.

Letture: Adriano Pessina, L’essere altrove. L’esperienza umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale, Mimemis.

Benedetto Rizzo
Benedetto Rizzo
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