Intelligenza naturale e artificiale tra domande e riflessioni

Ci sono due lettere che suonano così bene in questo periodo: A e I, che unite formano in inglese l’espressione Artificial Intelligence.

Due lettere onnicomprensive, dominanti e spesso irritanti, ma che racchiudono un significato enorme, direi epocale. Per molti o per pochi rimangono le iniziali di due parole che annunciano un drastico cambiamento nel mondo, tutto sommato difficile da interpretare.

Roba seria, non da fuffacorso. L’argomento è succulento, questione da matematici o da filosofi, gente che non ha bisogno certo di realizzare un video per dirti “tutto quello che devi sapere sull’AI in 5 mosse”.

In questo marasma dove tutti dicono e pochi sanno, mi colpisce, pertanto, chi poco sa e dice tutto. Come nel caso di questa stimolante Lectio Magistralis di Massimo Cacciari, che ci ricorda quali domande bisogna affrontare per riflettere su AI e umanità.

Perché mi sembra che la situazione sia interessante da parecchio tempo, al di là delle speculazioni tech d’oltreoceano, o forse proprio per quelle. A mio parere, quindi, prima di dare facili risposte è meglio partire da alcune domande, attraverso alcune considerazioni del filosofo veneziano, per affrontare il rapporto tra intelligenza naturale e quella artificiale.

Le due intelligenze sono differenti? Se è no, perché? Se è sì? Perché parliamo così tanto di intelligenza artificiale, fino a usarla anche per le minuzie?

Cosa differenzia davvero l’intelligenza umana da quella artificiale? C’è qualcosa di irraggiungibile nell’essere umano che la macchina non potrà raggiungere? Che cosa?

E poi, quale potrebbe essere la vera opportunità che offre l’AI nella società? Quale beneficio potrebbe portare all’umanità? Un beneficio che l’uomo può conseguire già da ora, o magari nel lungo periodo? Siamo a un bivio e dobbiamo preoccuparci, oppure è meglio chiederlo a Chat GPT?

Artificiale è naturale

Partendo dalle considerazioni di Cacciari sul rapporto tra naturale e artificiale, bisogna ricordare che non è così ovvio che le due cose siano separate. Entrambe le dimensioni contengono una radice comune. La téchne [τέχνη ], l’arte, si lega alla physis [φύσις], la natura. Il principio della physis vuole che l’artificiale abbia una base nel naturale. La tecnica nella sua evoluzione comprende quella capacità dell’individuo di voler sapere e quindi di realizzare. La volontà di sapere dell’individuo – si può dire – è un artificio della physis.

Pertanto, intelligenza naturale e intelligenza artificiale hanno una base comune. Dato ciò si differenziano. In cosa?

Ma prima, com’è definibile l’intelligenza umana? Non c’è una risposta determinata per quella umana, sappiamo però che l’uomo possiede un’intuizione, qualcosa di simile a un sentimento che lo porta a distinguere la realtà e gli consente di realizzare il mondo intorno a se attraverso una tecnica progettuale, basata sul dualismo mezzi-fini. L’uomo si rende così differente non solo dalle macchine, ma anche dal resto degli esseri viventi, i quali non hanno una tecnica progettuale.

Questo ha portato l’uomo ad adoperare la tecnica a suo vantaggio. L’essere umano si è evoluto facendo affidamento alla tecnologia: dalla scoperta del fuoco all’invenzione della ruota, dall’adozione dell’aratro pesante alla scoperta rivoluzionaria della macchina a vapore. Così l’homo technicus si è evoluto senza drammi. Il trionfo del fare efficiente – secondo Cacciari – è peculiare della nostra specie e ciò rende l’uomo soggetto della tecnica. Ma fino alla comparsa dell’AI.

A questo punto – in linea con le considerazioni del filosofo – l’essere umano abdica al ruolo di soggetto della tecnica. Il grande salto che celebra la tecnica e ridimensiona l’uomo, proiettandolo in una fase di spaesamento, prevede che sia la tecnica il soggetto.

A mio parere, l’avvento prepotente di realtà come Chat GPT o Gemini sono la testimonianza che l’AI non è in una condizione finita, ma si evolve e si rigenera con nuovi modelli linguistici e interpretativi. Con buona pace di Gödel. La potenza generativa dell’AI affascina, tanto da richiederne i suoi frutti. Quello che accade con l’intelligenza artificiale riguarda il rapporto con l’essere umano. Essa esercita una pressione sulle decisioni umane, spesso decisiva, ritenendo questo fatto ormai normale, o genera curiosità, tanto da poter fare esperienza di contaminazione tra natura e tecnologia.

E dato che non possiamo modificare questa linea evolutiva, vale la pena chiedersi se l’intelligenza artificiale abbia qualcosa di totalmente differente rispetto all’intelligenza umana.

Riprendendo la domanda che Cacciari fa durante la lectio: ovvero, esiste un’essenza nell’intelligenza naturale del tutto particolare, in grado di differenziarsi rispetto all’intelligenza artificiale?

L’essenza dell’intelligenza umana

Esiste un’essenza particolare in grado di distinguere le due intelligenze. Il concetto di coscienza che riguarda l’essere umano, non è quello della macchina, posto che l’AI ne abbia una. Cacciari ci ricorda che l’essenza dell’uomo riguarda l’irriducibile singolarità dell’individuo. Un individuo cerca di conoscersi, interroga la dimensione del sé, e prova a comprendere la propria libertà. Il fondamento ontologico della libertà umana, pertanto, riguarda la coscienza della propria singolarità. L’AI questo non può averlo.

Ma l’intelligenza artificiale potrà raggiungere questo traguardo? Cioè, potrà evolversi a una tale intuizione del significato essenziale del proprio essere cosciente?

La risposta di Cacciari è netta. No, filosoficamente e logicamente non è possibile.

Perché la coscienza dell’AI per necessità deve essere coscienza del suo essere prodotta, quindi risulta un artificio. Mentre l’essere umano non è un prodotto: questa singolarità che siamo, riguarda una complessità indeterminabile.

A differenza dell’AI noi abbiamo un’idea di libertà, mentre la macchina solo nella concezione utopica o distopica può averla.

La libertà dell’uomo e il lavoro dell’AI

Date le considerazioni principali del filosofo veneziano, mi chiedo se l’essere umano si renda conto della propria idea di libertà. Se la macchina non può rendersi cosciente di ciò che è, l’uomo, invece, potrà capire se ciò che ha prodotto sarà buono per la propria libertà individuale?

Gli effetti dell’AI nella società del lavoro sono già evidenti: molti settori stanno automatizzando i processi che una volta richiedevano l’intervento umano, dai call center alla logistica. Niente di nuovo, poiché questo si è già visto con le varie rivoluzioni industriali che hanno sostituito gradualmente la presenza umana nel trasporto e nel montaggio di carichi e in seguito con l’introduzione della catena di montaggio.

Ciò sembra essere controbilanciato dall’opportunità che offre l’AI e dai nuovi lavori emergenti come, ad esempio, ingegneri di machine learning e analisti di dati. Forse l’AI sostituirà il superfluo, come ci suggerisce Cacciari, e forse sarà meglio a questo punto rimpiangere perfino i cosiddetti lavori inutili, definiti bullshit, pur di non vedere l’uomo neutralizzato dall’intelligenza artificiale.

Ciò induce a una riflessione finale. L’intervento sempre più importante dell’AI nel mercato del lavoro potrebbe mettere a repentaglio le capacità creative e manuali di ciascuno di noi. Usare i modelli AI induce l’uso di simboli e linguaggi artificiali che hanno il pregio di ottenere risultati più rapidi per le nostre ricerche. Chiedere a Chat GPT di aiutarci a scrivere un documento è allettante, ma con l’abitudine potrebbe avere conseguenze nocive sulle facoltà umane e sulla capacità creativa dell’uomo.

Parafrasando Cacciari: è questo il progetto che vogliamo realizzare? Oppure un nuovo modello capace di liberarci dalla fatica del lavoro, guadagnando tempo libero e spazio per la creatività? Domanda che rimane affascinante ma difficile da comprendere.

L’AI sarà davvero una grande opportunità per l’umanità o ci renderemo conto che qualcosa ci è sfuggita di mano, senza neanche capirlo?

Benedetto Rizzo
Benedetto Rizzo
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