La nostra è un’epoca scientifica? Se con questa espressione intendiamo parlare dei periodi in cui la scienza ha conosciuto “il suo massimo sviluppo e allargato rapidamente i propri confini”, si potrebbe rispondere di sì.
Negli ultimi due secoli le scienze della natura, la biologia, la chimica, l’astrofisica, la geologia, hanno contribuito con ritmo significativo a nuove intuizioni. Molte scoperte si susseguono ancora, quasi ininterrottamente ormai da molti decenni.
Viviamo in un’età dell’oro del sapere scientifico, in continua crescita, tanto da poter dire che fino a qualche secolo fa non si sapeva quasi nulla del mondo rispetto a ciò che conosciamo adesso.
Possiamo supporre quantomeno di trovarci più avanti di prima, senza però avere la presunzione di essere migliori di chi ci ha preceduto. Eppure potrebbe ancora non essere abbastanza per dire di vivere in un’età scientifica.
Il senso delle cose
Chiedersi se viviamo o meno in un’epoca scientifica non è un esercizio di stile fine a sé stesso. Ma una riflessione che ha a che fare con le considerazioni che poneva Richard P. Feyman, uno dei più grandi fisici del Novecento. Le sue idee, raccolte nel volume The Meaning of It All, nascono da tre conferenze tenute nell’aprile del 1963 all’Università di Washington, davanti a un uditorio, presumibilmente divertito dallo stile ironico dell’autore.
Lo scienziato statunitense sapeva che il progresso scientifico aveva permesso di ampliare gli orizzonti, plasmando un avvenire fatto di semplificazioni e automatismi. Ma sapeva altrettanto bene che la società, quella del suo tempo, si affidava più a guaritori e astrologi che ad autorevoli studiosi. Il parallelismo con la società attuale si spreca, in questo caso.
Ci chiederemmo com’è possibile che gli individui continuino a ignorare i risultati raggiunti dalla scienza? Forse perché la scienza stessa – ontologicamente – si basa sull’errore e gli individui preferiscono non sbagliare, ma affidarsi alle certezze. Quelle che la scienza non fornisce e non può fornire.
Infatti Feyman ci ricorda che l’osservazione, principio nel metodo scientifico, “è il giudice ultimo di come stanno le cose”. E se c’è un’eccezione e si può osservare in modo diretto, vuol dire che la regola è sbagliata. Sono le eccezioni che ci aiutano a capire la validità della regola desunta, incoraggiandoci a cercare la regola giusta, posto che esista. E se una legge scientifica è precisa, non significa che dica la verità. Ma va sottoposta a verifica, proprio per via della sua precisione. Quanto più la legge è precisa, tanto più potente e insieme vulnerabile alle eccezioni e tanto sarà importante controllarne la veridicità.
Nella scienza ciò di cui si può occupare uno scienziato è ciò che è osservabile, molti aspetti rimangono esclusi. Ma ciò che rimane escluso dall’osservazione non deve essere emarginato: se una cosa non ha dignità scientifica, non significa che sia inutile o sbagliata. Sarà più misteriosa, più indecifrabile per questo preziosa.
Più dubbi portano a maggiori certezze
Quindi le leggi scientifiche possono rivelarsi sbagliate? Sì. Com’è possibile? Feyman ci dice che le leggi non sono le osservazioni; gli esperimenti non sono mai così accurati al cento per cento e possono non corrispondere. Questo perché “le leggi sono tentativi umani di ottenere regole generali dai risultati sperimentali”: non sono da considerarsi come l’oggetto dell’esperimento.
Dunque, può capitare come da un’ipotesi da quasi certamente falsa possa diventare addirittura quasi certamente vera, e anche viceversa. Il metodo scientifico tira a indovinare. Le leggi non sono solo congetture, ma possono essere considerate come “estrapolazioni nell’ignoto”.
E se lo scienziato non tira a indovinare per trarne una legge scientifica, sarebbe poco scientifico non farlo. Infatti, per il fisico statunitense, “ciò che si estrapola nell’ignoto sono le cose che nella scienza abbiano un qualche valore”.
Le affermazioni della scienza si basano sull’incertezza, che Feyman indica come deduzioni, cioè “sono tentativi di predire cosa succederà”. E non possiamo saperlo con certezza, almeno fino a esperimenti più completi, ma mai definitivi. Non vanno bene, pertanto, le solide certezze cercate dai concittadini di Feyman.
Che epoca è la nostra?
Ma viviamo o no in un’epoca scientifica? Nonostante gli immensi progressi rispetto alle considerazioni che poneva lo studioso negli anni Sessanta all’Università di Washington, sembrerebbe che la situazione sia simile a quella descritta al suo tempo, aggravata però dall’accelerazione informatica e dai modelli LLM, dai sistemi predittivi e probabilistici, ai quali ci affidiamo per ottenere risposte più o meno rapide e certe.
Abbiamo compreso che in generale sono le certezze a prevalere e nonostante la scienza offra un quadro esatto della realtà, suscettibile a ulteriore verifica e quindi ancora più esatto, in molti ancora diffidano.
L’ostilità che si percepisce per ciò che offre la scienza dovrebbe fare riflettere coloro che svolgono la professione di scienziato, ovvero coloro che interpretano la realtà offrendo modelli per orientare le esistenze umane. E sono loro quelle figure a cui in molti si vorrebbero affidare per trovare certezze. Ma il rapporto tra scienza e società si è incrinato da un po’. Sarà il fatto che volando con ali di cera si rischia di cadere se ti avvicini troppo al sole. E quando la scienza si presta a speculazioni di mercato diventa qualcos’altro. Sarà quell’aria di scientismo che si respira quando dinanzi a situazioni di emergenza o ordinarie, che contribuisce a quel clima di reazione vicino al cospirazionismo.
E invece di chiedersi come mai nella società esista una tale diffidenza scientifica proprio nell’epoca più scientifica, molti studiosi si ostinano a ignorare o ridicolizzare tout court tutto ciò che succede intorno a loro. L’epoca nella quale siamo gettati ha una cornice scientifica, ma dentro accoglie impressioni, abitudini, timori, convinzioni, falsi miti, ideologie, facili da alimentare e difficili da smontare. La scienza, se depurata dai suoi tratti autoritari e dogmatici, attraverso il suo campo d’azione e le discipline che le appartengono può ricordarci che possiamo vivere in modo più razionale.
Allo scienziato spetta la domanda: “se faccio questo, cosa succede?”. Una domanda che appartiene a tutti, che apre allo spirito critico ed empirico delle cose. Senza il quale tutti i progressi ottenuti sarebbero vani. Come diventerebbe vano stupirsi dinanzi a un cielo notturno di stelle che brilla se pretendiamo la certezza dell’incertezza della Natura.
Letture: Richard P. Feyman, Il senso delle cose, Adelphi.




