Perché non siamo la specie più evoluta: luoghi comuni ed errori

Noi esseri umani siamo o non siamo i controllori della natura? La specie vivente che con l’uso della ragione è in grado di costruire, organizzare e dominare il mondo. Ma sarà proprio così?

Ci piace credere questo, elevandoci al di sopra di tutte le specie. Eppure non abbiamo i superpoteri. Le nostre vite non sono migliori di quelle di altri esseri viventi. Siamo perituri, imperfetti, abbiamo bisogno degli altri, sfruttiamo il pianeta come nessun altro e usiamo frasi fatte.

Forse non siamo così evoluti, o almeno lo siamo in modo differente. Per questo abbiamo bisogno di usare piccoli escamotage.

Perché usiamo luoghi comuni

Quando parliamo capita di affidarci a frasi fatte che rendono il discorso più semplicistico e ripetitivo. Alcune frasi del tipo “non esistono più le mezze stagioni” o “chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non sa quel che trova” non spiegano granché.

Sono modi semplicistici con la pretesa di spiegare istintivamente ciò che ci circonda, che non richiedono sforzo intellettivo. Usiamo frasi stereotipate nel parlato, ma anche nello scritto. Il linguaggio giornalistico – che sa generalizzare e su cui Umberto Eco ci aveva avvertiti – ne è un esempio con l’uso di “stereotipi linguistici”: “è caos nel Paese”, “si apre un nuovo scenario”, “regolamento di conti”, “controesodo”. Frasi banali, trite e ritrite, prive di valore informativo.

Oppure in generale, l’uso di coppie fisse di sostantivo+aggettivo: “una ridente località” o “viva soddisfazione”. Costruzioni linguistiche che amiamo scrivere o ripetere nei discorsi, impoverendo però il linguaggio.

Insomma, luoghi comuni, proverbi e cliché sono inadatti a evolverci, ma da sempre li usiamo come scorciatoie linguistiche per creare modelli rapidi di risposta.

Il pilota automatico nelle decisioni

Una situazione simile come quando cerchiamo soluzioni sbrigative nell’ambito del processo decisionale ricorrendo all’uso di bias. I bias cognitivi sono euristiche che possono aiutarci a ottenere decisioni, ma bisogna conoscerli per evitare di fare errori clamorosi.

Rischiamo di convincerci di essere infallibili, quando, ad esempio, crediamo di sapere tutto su un argomento, pur non avendolo mai approfondito. L’incompetenza impedisce all’individuo di riconoscere i proprio limiti, dando origine all’effetto bias Dunning-Kruger: la vera conoscenza si compie se si è consapevoli dell’ignoranza da colmare.

Per capire meglio questo meccanismo, Daniel Kahneman ci spiega ampiamente l’esistenza di due meccanismi differenti che usa il nostro cervello: il sistema 1 e il sistema 2.

  • Nel primo, definito breve e veloce, le decisioni sono prese sulla base di intuizioni e automatismi. Quando, ad esempio, guidiamo l’auto in una strada che conosciamo benissimo.
  • Nel secondo, indicato come lento, riflessivo e analitico, si richiede uno sforzo non indifferente che fa consumare più energia al nostro cervello. Ad esempio quando dobbiamo leggere un documento importante.

Preferiamo, in alcuni casi, il sistema 1 inserendo il pilota automatico in modo da risparmiare energie ed essere rapidi nella risoluzione dei problemi. Ma non sempre facciamo la scelta giusta.

Il modello duale del cervello non è una mappa anatomica, ma serve come metafora per descrivere l’importanza del processo decisionale: come esso avviene, perché facciamo determinate scelte anziché altre. Un prezioso contributo nell’ambito della psicologia umana, che chiarisce il funzionamento del cervello nell’ambito dei giudizi e dagli errori che ne possono derivare.

Gli errori di giudizio

L’idea stessa della superiorità umana può essere intesa come un bias, un bias di conferma. Un luogo comune che ha influito nel rapporto tra uomo e natura, figlio della speculazione filosofica generatasi in età moderna.

In questo senso, uno degli errori di giudizio che commettiamo spesso è quello di attribuirci, come esseri umani, qualità incredibilmente superiori a tutte le altre specie viventi. Crediamo facilmente che l’uomo sia migliore rispetto ad altre specie viventi dal punto di vista evoluzionistico. In tempi, peraltro, dove si riconosce uno “statuto morale” alle macchine e si tralasciano i problemi etici sulla coscienza e la sensibilità verso animali o piante.

In questo caso, Lisa Feldman Barrett ci dice che l’essere umano, nonostante sia in grado di fare cose uniche come costruire grattacieli e inventare patatine fritte, non è in grado di fare cose che invece farebbero altre specie viventi. I superpoteri degli altri animali, “presunte creature inferiori”, sono prodigiosamente superiori alle nostre facoltà: non possediamo ali per volare in cielo, non possiamo sollevare pesi cinquanta volte superiori al nostro, non possiamo neanche rigenerare parti del nostro corpo amputate; anche i batteri ci superano in alcune faccende: sopravvivono in ambienti ostili come lo spazio cosmico e l’interno del nostro intestino.

Questo perché non siamo il soggetto privilegiato della selezione naturale. Siamo creature inserite nel mondo come altri animali e specie viventi. Il nostro cervello non è più evoluto di quello di una lumaca, ma funziona diversamente, compie degli errori o peggio usa frasi fatte. Infatti, la funzione principale del cervello è controllare il nostro organismo, cioè gestire l’allostasi, prevedendo i bisogni energetici prima che si possano presentare.

Così possiamo compiere in modo corretto ed efficiente azioni che ci permettono di sopravvivere. Prevedere e gestire le energie che servono per continuare a vivere. La stessa evoluzione degli esseri viventi prevede una certa tolleranza all’errore e alla mutazione. La funzione principale del cervello non è pensare, ma guidare un piccolo organismo molto complesso. Non è dunque la creatività o la razionalità il compito centrale del cervello umano e non c’è dualismo tra istinto e ragione.

In conclusione, applichiamo luoghi comuni, bias cognitivi e valutazioni rapide ma erronee per risparmiare energie e creare situazioni di comodo. Una specie “eccezionale” e “unica” nell’universo è meno dispendioso per sfruttare gli altri.

Non siamo automi, ma organismi biologici che amano un po’ di pigrizia e vivono anche di semplici automatismi. Restiamo vivi ma limitati. Il mito della biga alata di Platone non basta più a spiegarci la realtà. Siamo umani in fuga dai luoghi comuni.

Letture:

  • Lisa Feldman Barrett, 7 lezioni e 1/2 sul cervello , Il Saggiatore.
  • Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Mondadori.
  • Umberto Eco, L’era della comunicazione. Dai giornali a Wikileaks, La Nave di Teseo.
Benedetto Rizzo
Benedetto Rizzo
Articoli: 21